Te pensa, lui ride. Diobo’

di Auden 11

Cioè. Dove non arriva il resto, ti portano i Simoncelli. Te pensa, diobo’, la dignità. Che roba è la famiglia Simoncelli. Che uno. Che uno, allora, uno Marco poi lo capisci perché era così. Puro, ha detto papà Paolo. Che uno, ha fatto mamma Rossella, che uno se non fa quello che gli piace poi non è felice. Te pensa. La piccola Kate. La piccola Kate lo ha buttato lì. Lo ha buttato lì ma quello scricciolo si è proprio capito che lei ci crede per davvero. Di non aver smesso di vivere una favola. Tanto, ha detto la donna di SuperSic, tanto lui torna. E mi dà un segno. Come in Ghost. Te pensa.

Diobo’, in mezzo alla pataca dell’Italia dei murganton, te pensa. La famiglia Simoncelli. Diobo’. El burdel – il loro figlio. Che dietro, diobo’, dietro a quel modo di essere e di fare c’è la Romagna. Sana e pasciuta. Genuina e schietta. Te pensa.

La piada, diobo’, e gli aromi di ragu con sedano e carote. Te pensa. A panza pina u s’ragiona mej! La gloria dell’Esarcato e il clima temperato. Che non fa nè troppo freddo, nè troppo caldo. Francesca da Rimini, diobo’, col passator cortese. Il re della foresta. Te pensa. Il gran condottiero, Sigismondo Malatesta, e le sfide a carte con bestemmie a corredo. Il cinema di Fellini, diobo’, e il vino nelle botti buone. I sapori di Borghi, le onde che picchiano sul porto, la caciara di Adriatico, le illusioni di Misano, il dialetto dei vicoli e i sogni a occhi aperti della periferia. Diobo’. Te pensa, i ragazzini. Con la maglietta di SuperSic e le sgommate sullo sterrato. E il castello, Te pensa che uno s’arrampica con lo sguardo, sul castello. E poi, diobo’.

E poi, diobo’, ti metti a guardare lontano. Perché i sogni. Perché i sogni sono roba che uno. Fa fatica. Te metti in moto, intanto. Te pensa. Che la vita. Che la vita, certe volte. Fosse lì, la vita. Tra la piazza e il borgo. Tra la piazza e il borgo a far di spada e fioretto. Diobo’, e il bicchiere. E’ sempre pieno, in contrada, el bicir.  Genuina, la Romagna. Te pensa, i Simoncelli. Diobo’. La festa della madonna del santo Rosario. Con tutte le donne. Con tutte le donne in fermento. Te pensa. Che bello, diobo’. Con quella gente. Con quella gente del bar. Che non molla, quella gente del bar. Te pensa. Le mani, te pensa le mani che hanno i calli tra le dita. E gli occhi. Diobo’. Te pensa gli occhi che si aprono alla mattina e alla sera sono solo occhi stanchi. Diobo’.

Che scendi a far due passi. E trovi quello sborone di Calleghan, diobo’, che crede di essere tutto lui. E la carezza. La carezza sul viso di quelle. Le mamme di tutti. E l’altro, diobo’, te pensa l’altro come ride. Che si sente fin qui. Gente semplice. Te pensa, quante ne conta Franco. E il Mario. Il Mario l’ha la testa com un zocc. Ma sì, te pensa. Diobo’, sicuro. Mei e cul sen sot i calzun rot che i calzun sen sovra è cul rot. E allora, diobo’. Allora si frantumano le generazioni. Basta tanto così, el bicir. A san Sebastiano è festa. Diobo’. Con gli slanci della gioventu a rinvigorire la quiete dei più anziani. Basta el bicir. Quand che la berba la tir a e ‘stupèn, lassa la dona e beda a e’ ven. Diobo’. Che la domenica. La domenica di messa. Te pensa.

La domenica di messa eran  sempre due messe. La prima, diobo’, la prima in chiesa. E l’altra davanti alla tivvu. Che quel giorno lì. Che quel giorno lì, te pensa. Diobo’ quel giorno Marco era in Repubblica Ceca. Alla vigilia di ferragosto. E verso le tre, te pensa, verso le tre a Coriano c’è stato un boato. E le campane. E le campane. Rintoccavano, diobo’, più che per la messa della mattina. Te pensa. Marco sul podio della MotoGP. Viva anche il Paolo, diobo’, e viva la Rossella. Brava gente. Pura e genuina, diobo’. Te pensa. Te pensa il dolore. Te pensa. La dignità. Che il Marco, diobo’, al Marco volevano bene tutti. Ma tutti, diobo’. Te pensa.

Puro, ha detto papà Paolo. Che uno, ha fatto mamma Rossella, che uno se non fa quello che gli piace poi non è felice. Cioè. Te pensa. Lui ride, diobo’.

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